rassegna stampa

LE ORIGINI: UNA CIVILTA' FONDATA SULL'ACQUA
IL PRIMO MEDIOEVO
IL XIII SECOLO E L'EPOCA COMUNALE
IL 1354 E LA RIFORMA TERRITORIALE
LA PROVINCIA DEVASTATA DAI MERCENARI
NOVARA ENTRA NEI TERRITORI VISCONTEI
IL QUATTROCENTO E LE LOTTE CON I SAVOIA
LA PROVINCIA DIVENTA FEUDO DI BONA DI SAVOIA
ASCESA E DECLINO DI LUDOVICO IL MORO
IL DOMINIO SPAGNOLO
LA GRANDE FIGURA DEL VESCOVO BASCAPE'
LA PESTE NEL NOVARESE
LA GUERRA DEI TRENT'ANNI
L'INCREMENTO DELLA POPOLAZIONE
GUERRA DI SUCCESSIONE E ANNESSIONE AL REGNO DI SARDEGNA
IL CONTADO DI NOVARA
LE RIFORME SABAUDE
GLI EFFETTI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
LA PARENTESI NAPOLEONICA
IL RISORGIMENTO
L'OPERA DEL CONTE DI CAVOUR
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
LA RESISTENZA A NOVARA


Una civiltà fondata sull'acqua

Un elemento unitario della storia della Provincia è l'acqua, che è stata, in questa terra compresa tra due fiumi (Ticino e Sesia), l'elemento decisivo del contesto ambientale.
I bacini idrografici della Sesia e del Ticino sono molto diversi dal punto di vista morfologico: se il primo aveva un regime torrentizio e non era sicuro per navigare, il secondo (stando alle fonti che ci sono pervenute), aveva ed ha ancora oggi una portata d'acqua costante e il letto abbastanza profondo, tanto che già gli uomini dell'alto Medioevo lo utilizzavano per la navigazione. Esso rappresentava un'importantissima via di comunicazione, che permetteva di arrivare fino all'odierno Veneto senza dover scendere dalle imbarcazioni.
Dell'utilizzo del fiume come "strada" per i commerci abbiamo molte testimonianze risalenti all'età Carolingia: la fondazione dell'Abbazia di San Donato( a Sesto Calende) e la presenza, dall'892 di un mercato stabile sono prove inconfutabili del fatto che il Ticino costituiva la principale via d'acqua per i traffici "internazionali" di allora.



Il primo Medioevo e la formazione della "provincia"
La formazione della provincia, nell'Alto Medioevo, si può suddividere in tre tappe:

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Durante i primi secoli del Medioevo, il concetto di Provincia non era ancora ben delineato: i territori del novarese risultavano aggregati nella diocesi della città di Novara, che fu la prima forma di governo del territorio dopo l'impero romano.
I confini dell'episcopato novarese, non erano però ben definiti: il concetto di diocesi si basava sul rapporto personale tra vescovo e comunità ecclesiali che a lui facevano capo.

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Attorno al IX secolo, i franchi operarono una riorganizzazione del territorio che venne suddiviso in circoscrizioni ben determinate (le pievi): esse facevano riferimento direttamente al vescovo, e si era già formato quell'apparato grazie al quale i prelati locali raccoglievano le decime, per poi inviarle in diocesi. Attorno al 960, l'imperatore Ottone I concesse ufficialmente al vescovo Aupaldo la giurisdizione sulla città e sul territorio circostante: il dominio vescovile si estendeva su di un'area il cui raggio si aggirava intorno ai 5 chilometri.

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Nel 1014, vescovo Pietro III ottenne da Enrico II il comitato dell'Ossola (ovvero la garanzia di esercitare una particolare giurisdizione territoriale sulle zone alpine), e nel 1025 Corrado il Salico assegnò al vescovo anche il comitato di Pombia, che comprendeva tra l'altro la zona del lago d'Orta. A partire da questo periodo le fonti cominciano a descrivere il comitato di Novara come l'insieme dei territori soggetti al dominio del vescovo della città.


L'epoca dei Comuni
Attorno al XIII secolo l'Italia conobbe il periodo di rinnovamento che derivava dalla nascita del Comune: anche a Novara le istituzioni comunali tentarono di soppiantare totalmente il potere vescovile, entrando in conflitto con la Chiesa.
Anche dopo alcuni accordi per la divisione dei territori, il comune di Novara riprese le ostilità per appropriarsi dei territori sul lago d'Orta: a nordest i novaresi si spinsero fino all'Ossola e a nordovest fino in Valsesia, annettendola al contado della città.
Non riuscì l'intento di appropriarsi della riviera del lago d'Orta che rimase possedimento vescovile.
Nel 1200, la città fu teatro di scontri militari e politici che videro contrapporsi le due più importanti famiglie guelfe (o filopapali) novaresi: i Brusati, che si opponevano a Federico II, e i Tornelli che conservavano buoni rapporti con l'imperatore.
Da citare è la terza importante famiglia cittadina, quella dei Cavallazzi, che nel corso del XIII secolo parteciparono al governo di Novara.
La prima signoria vera e propria fu quella dei Della Torre (1263).
Verso la fine del secolo, i Visconti ottennero la signoria sui territori novaresi: la realtà della provincia si consolidò alla metà del XIV secolo.



La riforma territoriale di Galeazzo Visconti
Nel 1354 , Galeazzo II Visconti ottenne dall'imperatore la carica di vicario di Novara: per riorganizzare al meglio il territori, egli decise che il territorio del novarese dovesse essere suddiviso in quattro "squadre" (ossia circoscrizioni amministrative).

Le squadre erano le seguenti:

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Squadra della Sesia: Maggiora, Grignasco, Romagnano, Prato, Boca, Cavallirio, Ghemme, Sizzano, Fara, Briona, Carpignano, Landiona, Mandello, Casaleggio, Nibbia, Cesto, Agognate, la Biandrina.

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Squadra dell'Agogna: Caltignaga, Sologno, Alzate, Agnellengo, Momo, Vaprio, Suno, Bogogno, Veruno, Agrate, Cureggio, Fontaneto, Cavaglio, Borgomanero.

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Squadra Inferiore: Borgolavezzaro, Tornaco, Cerano, Olengo, Lumellogno, Pagliate, Granozzo, Ponticello, Ponzana, S. Pietro, Mosezzo, Nibbiola, Vespolate, Terdobbiate.

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Squadra del Ticino: Trecate, Romentino, Galliate, Cameri, Cavagliano, Bellinzago, Oleggio, Pombia, Borgo Ticino, Conturbia.

Ciò permise un controllo più scrupoloso della tassazione sulle proprietà fondiarie, i cui proventi erano utilizzati per gestire le armate mercenarie e per la pubblica amministrazione.


Il novarese è devastato dai mercenari
Attorno al 1361, i territori della provincia furono devastati da una Societas Anglicorum (così la definivano le fonti) , ovvero ua compagnia di mercenari inglesi guidata dal capitano di ventura Albert Sterz.
Questa compagnia era anche chiamata "La compagnia bianca" per via del colore degli abiti dei soldati .
La cronache locali raccontano di oltre cinquanta villaggi messi a ferro e fuoco dai mercenari, che furono poi sconfitti nel 1362 dal luogotenente visconteo Luchino dal Verme.



Novara entra nei territori dei Visconti
Nella seconda metà del 1300 le fonti ci danno testimonianza di uno scontro territoriale tra il Marchese di Monferrato e Galeazzo Visconti, a cui seguì un periodo di pace e tranquillità per i territori novaresi.
Nel 1378 Galeazzo morì, e Gian Galeazzo succedette al padre: una ventina di anni dopo l'imperatore Venceslao gli conferiva il titolo ducale, dietro pagamento di diecimila fiorini d'oro.
Questo evento sancì definitivamente il passaggio dalla signoria al principato.
Novara era così divenuta parte integrante dello stato visconteo.



Novara nel Quattrocento

Nel 1472, in occasione del matrimonio tra Maria di Savoia e il duca di Milano, i territori di Vercelli venero ceduti come dono alla sposa da Filippo Visconti.
Ciò produsse un importante cambiamento: Vercelli passò allo stato di Savoia, e il nuovo confine dei territori di Novara era rappresentato dal fiume Sesia.
In quegli anni, però, i Visconti avevano visto rimpicciolirsi il numero delle terre controllate (l'Ossola e la Valsesia erano divenute in pratica indipendenti), ed alcuni anni dopo, gli Sforza subentrarono alla famiglia viscontea, e ripresero le ostilità con i Savoia : nel marzo del 1449 l'esercito dei Savoia tentò un assalto a sorpresa a Novara.
Le aspettative del re di Sardegna vennero però fermate dall'armata degli Sforza, guidata da Bartolomeo Colleoni: nell'aprile dello stesso anno il comandante inviava la fanteria sforzesca nella piana di Borgomanero, e il ventidue del mese i savoini contarono centinaia di morti dopo lo scontro coi balestrieri del Coloni, schierati lungo l'Agogna.
Dopo alterne vicende, l'esercito dei Savoia fu costretto ad una frettolosa ritirata notturna, e le truppe degli Sforza riuscirono a prendere più di mille prigionieri.
Nel 1450 venne inviato a Novara il podestà J. Scrivigno che, insieme ad altri delegati e notabili, ebbe il compito di riorganizzare l'amministrazione territoriale.



La città data in feudo a Bona di Savoia
Nel luglio 1468 venne celebrato il matrimonio tra Galeazzo Maria Sforza e Bona di Savoia, l cui unione era stata da tempo combinata da Francesco Sforza, con la mediazione del Re di Francia.
Il contratto nuziale prevedeva una dote di 100.000 ducati d'oro , una controdote di 15.000 ducati, e stabiliva minuziosamente la ripartizione delle ricchezze in caso di morte di uno dei due coniugi.
Un anno dopo il matrimonio, nel 1469, nacque Gian Galeazzo, e per festeggiare il lieto evento il duca donò alla moglie la città di Novara , con i territori che da essa dipendevano. La provincia divenne così feudo di Bona di Savoia, e il 20 di marzo i comuni del novarese giurarono fedeltà alla duchessa: nel 1470 nacque il secondogenito Hermes, e due anni dopo una disposizione ducale permise a Bona di lasciare a lui il feudo di Novara ed i proventi del territorio.



Ascesa e declino di Ludovico il Moro
Nel 1478, Ludovico il Moro, desideroso di impadronirsi delle terre novaresi, si accordò con Antonio Tassino, fece decapitare il delegato Cicco Simonetta, e assunse di fatto il governo della città: Gian Galeazzo venne rinchiuso nella rocchetta del castello di Novara, in modo da precludere alla madre Bona ogni possibilità di fuga. Il Moro esercitò il potere sulla provincia fino al 1500, anno in cui, vittima di un complotto, fu consegnato a Luigi di Lussemburgo, conte di Ligny, e i territori di Novara passarono alla Francia: il passaggio non fu certo indolore (le fonti ci rendono note testimonianze di nuove lotte contro gli Sforza, che volevano riprendere il controllo) .
La Francia mantenne il governo della città fino al 1525 circa, anno in cui i territori novaresi passarono in mano alla Spagna.



Il dominio della Spagna
L'inizio dell'egemonia iberica sul ducato di Milano può essere collocata all'indomani della pace di Cambrai (agosto 1529), con la quale la Francia si impegnava ad abbandonare i suoi possedimenti italiani.
Nel Cinquecento i territori novaresi seppero superare brillantemente un periodo di forte crisi economica, tanto che alla fine del secolo le sue condizioni economiche si potevano definire ottime: permanevano, però, alcuni problemi legati a sistemi di tassazione obsoleti ed onerosi che si erano protratti nel tempo, a causa del gran bisogno di fondi delle casse reali.
Nel 1543, per porre fine ad un disguido amministrativo, il re Carlo V ordinò l'Estimo Generale dello Stato: il lavoro, finalizzato ad identificare la quota che ogni territorio doveva pagare, si protrasse per alcuni anni, e fu portato a termine nel 1551 per tutto il territorio di Novara.
Delle quattro squadre nelle quali la provincia era divisa, vennero rilevate l'estensione (in pertiche), le colture e le proprietà.
Il responso finale fu che il novarese doveva versare ogni anno la somma di 17.720 scudi, che vennero adeguatamente ripartiti tra i cittadini. Da notare che, in quel periodo, i beni del Clero rimanevano immuni dalle imposte.



Il vescovo Bascapé
Parlando della storia della Novara Cinquecentesca, non si può tralasciare una figura di grande rinnovamento nella vita civile e religiosa della diocesi: il vescovo Carlo Bascapé. Discendente da una famiglia di nobile lignaggio, uomo di grande cultura, Giovanni Francesco Bascapé (questo il vero nome dell'alto prelato) ricevette da papa Clemente VIII la nomina a vescovo di Novara (1593).
Nel maggio dello stesso anno, il Bascapé faceva il suo ingresso nella città e si insediava nel palazzo vescovile (che trovò peraltro completamente vuoto, e che arredò con l'aiuto dei facoltosi parenti): il compito che il presule si prefiggeva era di riformare la chiesa diocesana, e di rendere ogni comunità ricettiva alle idee promulgate dal Concilio di Trento.
Ciò non era affatto facile, poiché la diocesi comprendeva ben 253 parrocchie, molte delle quali afflitte da vari problemi economici.
Nel luglio 1593, il nuovo vescovo comunicava, con una lettera episcopale, la sua ferma volontà di condurre i fedeli "sulla retta via, anche contro il loro stesso consenso": ciò lo porto a scontrarsi contro le magistrature e le alte cariche della città, tra cui il podestà di Novara, che il Bascapé non esitò a scomunicare senza andare per il sottile.
Rispetto ai suoi predecessori egli fu molto assiduo nel governare ciò che il pontefice gli aveva affidato: non a caso iniziò l'apostolato con una lunga visita pastorale a tutte le parrocchie novaresi, che si concluse con la redazione di un documento sulle condizioni del clero gaudenziano.
L'opera del Bascapé ridusse le prerogative del clero, e moralizzò i curati di campagna, spesso dediti ad attività tutt'altro che caritatevoli: le fonti ci danno di lui l'immagine di un uomo fragile e malato, ma energico e integerrimo nel perseguire il fine del suo mandato. Negli anni del suo apostolato, il presule riprese con vigore la lotta contro l'eresia, potenziando e riformando la Santa Inquisizione di Novara.
Nel 1600, una seconda visita pastorale lo condusse in ogni luogo della sua diocesi: il vescovo, seppur allo stremo delle forze, volle continuare la sua opera di riforma (quasi a volersi porre in continuità con l'opera di San Carlo Borromeo, in onore del quale aveva mutato il suo nome).
Morì nel 1615, e venne sepolto per suo volere nella chiesa di San Marco.
Sono note ai posteri alcune sue opere librarie, capisaldi del suo pensiero: la Vita di Carlo Borromeo e la Novaria.



La peste a Novara
Nel Gennaio del 1629 si hanno le prime testimonianze di casi di peste, nelle zone di Locarno e in Valmaggia: di fronte allo sconcerto della popolazione, le autorità ossolane decisero di far sorvegliare il passaggio verso le Alpi, e venne emanata una disposizione per la quarantena, che imponeva ai sospetti di contagio di abbandonare le zone in cui risiedevano per riunirsi in un lazzaretto, sotto stretta sorveglianza.
Tali precauzioni, comunque, non evitarono il diffondersi a macchia d'olio dell'epidemia, che ebbe buon gioco su una popolazione stremata dalla terribile carestia del 1627-29.
Nel 1630, la malattia esplose con tutta la sua forza: anche Novara e dintorni, che erano stati prima interessati in modo marginale, furono duramente colpiti.
Nel mese di agosto il borgo commerciale di Sant'Agabio venne chiuso, e venne approntato, nella località di San Simone, un lazzaretto per ospitare gli ammalati. La peste imperversò violentemente per tutta l'estate, mietendo vittime nei sobborghi, senza risparmiare popolani, esponenti del clero e ceti nobiliari.
Novara subì dunque ingenti perdite, unite a disagi economici e sociali.
Nel dicembre 1630, il Vescovo G. Pietro Volpi scriveva al conte Carlo Borromeo lamentandosi della strage che aveva colpito il vergante durante i mesi estivi , e che non aveva risparmiato il contado cittadino.
Nella zona di Borgomanero i decessi furono circa venti (azzeccata fu la decisione di tenere sbarrate le quattro porte della città), ma nei borghi di Boca, Oleggio e Trecate le perdite di vite umane furono assai pesanti.
Due anni dopo , nel 1632, il Tribunale della Sanità di Milano dichiarò estinta l'epidemia, ridando speranza ai novaresi.



La Guerra dei Trent'Anni
Nei primi decenni del Seicento, la scena Europea fu interessata da quella interminabile sequela di ostilità definita "La guerra dei Trent'Anni", che aveva come sfondo le lotte religiose tra cattolici e protestanti, e la contesa tra Francia e Spagna per il primato politico europeo.
In un primo momento, Novara non venne interessata dagli scontri (gli abitanti della provincia dovettero però mantenere l'esercito stanziato in quelle zone dagli spagnoli): la situazione precipitò nel marzo 1636, quando, temendo un imminente attacco dei francesi, il castello di Fontaneto d'Agogna venne approntato per resistere ad un assedio, e la popolazione fu invitata a mettere al riparo bestiame e foraggi.
L'offensiva franco-piemontese non si fece attendere: il 5 agosto di quell'anno quattromila uomini presero il controllo del castello di Fontaneto, mentre il grosso delle truppe si spinse fino alla Riviera d'Orta e fino a Novara stessa.
Alcuni mesi dopo, una controffensiva spagnola fermò i soldati francesi, che furono costretti alla ritirata.
La guerra continuò con episodi sporadici durante gli anni Quaranta del Seicento, per poi riprendere con tutta la sua violenza nel 1652, quando le truppe spagnole mossero verso Casale Monferrato, sottoposto al dominio francese.
Non vi era modo di interrompere la catena di violenza, finché non fosse giunta a termine la lotta tra i due domini più potenti d'Europa: lo scontro trovò la sua sospensione solo con la Pace dei Pirenei, sottoscritta nel 1659.



L'incremento della popolazione
Le fonti storiche, riferendosi al territorio di Novara nell'epoca Sei - Settecentesca, ci danno l'immagine di una società stremata dalle precedenti guerre, nella quale si faceva sentire enormemente l'assenza di un ceto borghese dinamico e propulsivo, che desse nuovo slancio ai commerci e alle attività produttive.
In un'epoca in cui le principali potenze europee prosperavano grazie ad un attivo apparato commerciale, i territori della penisola italiana (e quindi anche i territori di Novara) rimanevano legati ad un sistema prevalentemente agricolo: tale sistema era, oltretutto, molto arretrato dal punto di vista della tecnologia, e a tutto ciò si aggiungeva il peso dell'inflazione, unito alla svalutazione dei terreni.
Tra il 1630 ed il 1718, la popolazione nei territori della diocesi di Novara triplicò: una aspettativa di vita più alta, unita ad un incremento della natalità, preparavano la strada per la rivoluzione agricola, sociale e demografica del XVIII secolo.


Le guerre di successione
Il Settecento europeo si aprì con la morte del re Carlo II, ultimo degli Asburgo di Spagna: la designazione quale suo successore di Filippo d'Angiò (nipote del re di Francia Luigi XIV) scatenò una violenta guerra di successione per la corona spagnola, col coinvolgimento di quasi tutte le grandi potenze d'Europa.
Nei territori novaresi, l'eco di questi grandi eventi internazionali fece intuire ai generali austro-piemontesi che il momento di agire era finalmente giunto: nel 1706, l'attacco alle mura cittadine provocò la resa immediata dei difensori: cadeva così la dominazione spagnola nelle terre di Novara, aprendo un nuovo capitolo nella storia. Con i trattati di Utrecht e Rastadt, il novarese passò sotto il dominio austriaco (a seguito delle guerre di successione), finché, nel 1734, venne annesso al Regno di Sardegna.



Il Contado di Novara
Nel basso novarese aveva operato, fin dal Cinquecento, un'altra istituzione oltre a quella comunale, il Contado di Novara.
Questo organismo, precursore della provincia (sorta solo nell'Ottocento), venne formato con lo spirito di reagire alle supremazia delle città, e si poneva il ben preciso obiettivo di regolare tutte le faccende riguardanti il contado (come l'entità del carico fiscale, la gestione delle strade e delle acque).
Il Contado comprendeva circa 124 comunità, suddivise in sei squadre, ed era amministrato da cinque sindaci più un sindaco generale residente a Milano: le istituzioni territoriali godevano di fatto di una certa autonomia (i sindaci, ad esempio erano nominai previe elezioni cittadine) e si avvaleva di un consiglio di cui facevano parte gli esponenti delle terre più importanti dei territori novaresi.
Dietro questa concessione speciale del re di Spagna, si celava il tentativo di legittimare l'imponente tassazione a cui le popolazioni di queste zone erano soggette: il prelievo fiscale non era solo di carattere amministrativo, ma ad esso si aggiungevano pesanti oneri militari e i donatici alla Chiesa.
Il Contado rimase molto attivo sul piano sociale fino alla seconda metà del Settecento: solo nel 1775 esso cessò ufficialmente di esistere, ed al ventinove dicembre di quell'anno risale l'ultimo atto del Contado, i cui esponenti continuarono comunque ad operare ufficiosamente fin quasi all'Ottocento.


Le riforme dei Savoia
Durante il dominio dei Savoia, i territori novaresi furono soggetti ad una radicale riforma amministrativa ed istituzionale:

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nel campo giudiziario, vennero inseriti nuovi giudici locali, che facevano capo alla Prefettura (che, se vogliamo, è il precorsore del tribunale Civile e Penale). Tale organismo verrà poi soppiantato , nel 1778, dal Consiglio di Giustizia;

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nel campo della gestione del territorio, venne attivato nel 1776 il catasto che era stato costituito anni prima nei vicini uffici milanesi (e che venne aggiornato dai funzionari sabaudi) ;

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nel campo dell'istruzione, il re Vittorio Amedeo II concentrò nell'Università di Torino la direzione delle scuole. La gestione degli istituti venne così strappata ai Gesuiti, che per anni ne avevano conservato il monopolio;

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nel campo militare, venne istituito il Reggimento Provinciale di Novara, un forte contingente che aveva il compito di presidiare le principali piazzeforti dei territori novaresi (il reggimento verrà però sciolto in seguito alla guerra con la Francia, nel 1797).


Effetti della Rivoluzione Francese
La Rivoluzione Francese, che aprì un nuovo capitolo nella storia europea, fece sentire i propri effetti anche sul territorio di Novara: nel 1789, per esempio, l' eco della Grande Paura della Rivoluzione si fece sentire a tal punto che i sei consiglieri sabaudi, che all'epoca governavano la città, inviarono a Torino una lettera nella quale veniva urgentemente richiesto di aumentare il numero dei soldati che costituivano il contingente militare di stanza a Novara, con l'intento di tenere sotto controllo la delinquenza che imperversava nella zona. La richiesta venne accolta dal sovrano, che ordinò di inviare nuove truppe per garantire la sicurezza della popolazione. Verso la fine del Settecento, il regno di Sardegna partecipò agli scontri che avevano come obiettivo quello di contrastare la Francia giacobina, per evitare che le idee promosse dalla rivoluzione si espandessero nei territori limitrofi.


La parentesi napoleonica
Nei primi anni dell'Ottocento, le imprese militari di Napoleone Bonaparte sconvolsero la storia europea: anche il territorio novarese conobbe una breve parentesi di dominio napoleonico, che sembrò aprire una nuova era, con la creazione di nuove istituzioni.
Novara ed i suoi dintorni godettero per qualche tempo di una certa autonomia: venne creato anche un organo amministrativo, denominato Dipartimento d'Agogna, che controllava un vasto territorio,suddiviso in cinque distretti.
Dopo la sconfitta delle armate francesi e la conseguente disfatta di Napoleone, prendeva il via in Europa quel processo , noto come Restaurazione, che si poneva l'impossibile compito di riportare gli stati del Vecchio Continente all'assetto che li distingueva prima della Rivoluzione Francese: fu così che la provincia di Novara ritornò ad essere un possedimento dei Savoia.



Il Risorgimento a Novara

Durante il periodo risorgimentale, la provincia di Novara fu vittima di alcuni scontri che lasciarono dolorose cicatrici nella memoria della popolazione: da ricordare è la disastrosa battaglia di Bicocca, svoltasi il 23 marzo del 1849, nella quale le truppe piemontesi, sottoposte alla guida di ufficiali inesperti, vennero sopraffatte dall'esercito austriaco, comandato dall'abile maresciallo Radetzky.
Nello stesso giorno, il re Carlo Alberto di Savoia scelse una cascina di Vignale per abdicare in favore del primogenito, Vittorio Emanuele II.
I novaresi, per la verità, subirono l'evento più che viverlo da protagonisti, e subirono le conseguenze del saccheggio che seguì alla sconfitta delle armate sabaude, e che devastò la città.



La figura di Cavour
Protagonista della vita politica piemontese negli anni cinquanta dell'Ottocento fu Camillo Benso conte di Cavour (1810-61), uomo dinamico e grande pensatore, che abbandonò presto la carriera delle armi per dedicarsi agli studi economici e politici.
Questi studi, uniti a numerosi viaggi nelle zone più industrializzate dell'Europa, gli conferirono quel bagaglio tecnico e quella visione politica internazionale che ne fecero uno statista unico nel panorama politico italiano del periodo.
L'azione di governo del conte si mosse su due direttive principali: la laicizzazione dello stato e l'ammodernamento delle strutture economiche e produttive del regno.
Egli operò una serie di profondi rinnovamenti nel sistema agricolo: ordinò la costruzione di alcuni canali idrici nella zona di Novara, per fornire acqua alle coltivazioni di riso, e mise in pratica i progetti che aveva appreso viaggiando in Francia, Inghilterra e Belgio (e che aveva già sperimentato nelle sue proprietà). Negli anni in cui fu primo ministro, Cavour si dovette occupare di alcune importanti questioni politiche, come il confronto con Giuseppe Garibaldi, le cui imprese preoccupavano il governo sabaudo.
Nel 1861, Cavour richiese che nelle province conquistate dal generale Garibaldi il popolo venisse chiamato alle urne per esprimere il suo consenso all'annessione al Regno di Sardegna: il risultato fu che le Marche e tutto il Mezzogiorno entrarono a far parte dei domini sabaudi.
Il 17 marzo, nell'incontro di Teano, Giuseppe Garibaldi concluse le sue campagne, consegnando ufficialmente a Vittorio Emanuele II i territori conquistati.



La Grande Guerra
Durante la Prima Guerra Mondiale, anche i soldati di Novara furono chiamati a combattere per l'Italia: famoso è lo storico reggimento dei Lancieri a cavallo, che nel novembre 1915 aveva costituito due compagnie di mitraglieri che furono impegnati negli scontri avvenuti sul Monte Cucco e sul Montello.
Per tutto il 1916 il reggimento Novara combatté appiedato in varie località del Carso, finché a gennaio dell'anno successivo rientra a Treviso per ricostituirsi a cavallo.
I soldati novaresi combatterono, al fianco dei genovesi, nella brigata di cavalleria che a Pozzuolo del Friuli fronteggiò le colonne austro-ungariche che avevano invaso la pianura friulana.
Il 30 ottobre 1917, dopo due giorni di strenua resistenza, i superstiti ricevettero l'ordine di ripiegare: la provincia di Novara perse quasi 200 uomini tra ufficiali, sottufficiali e lancieri: nel Bollettino di Guerra diramato il primo novembre 1917 si legge: "I reggimenti Genova e Novara, eroicamente sacrificatisi, meritano sopra tutti l'ammirazione e la gratitudine della Patria".



La Resistenza
Gli anni della Resistenza sono anni difficili per il novarese, anni nei quali la popolazione partecipò attivamente alla costruzione della sua storia.
I rastrellamenti nazifascisti fecero decine di vittime, che vennero catturate, torturate e fucilate dalle squadre.
Lo spirito della lotta contro i totalitarismi dei novaresi rivive ancora oggi nelle testimonianze scritte dagli ex partigiani, e nelle parole di quei pochi che ne hanno conservato il ricordo e lo possono ancora oggi testimoniare.
Nel 1946, un referendum sancì la nascita della Repubblica Italiana: in quell'anno votarono per la prima volta anche le donne, e ovviamente le donne novaresi fecero la loro parte nell'espletare il loro primo dovere politico.