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Mujeres
Il libro raccoglie la storia di un gruppo di
sindacaliste de l’Escuela per dirigenti sindacali
donne a Bogotá, diventata un importante
centro di formazione e ricerca all’interno della
Cut (Central unitaria de los trabajadores), uno dei
più grandi sindacati dell’America latina.
Le loro vite sono strettamente intrecciate alle complesse
vicende della Colombia, un paese travagliato da una
lunga guerra interna, fra gruppi guerriglieri, narcotrafficanti,
paramilitari ed esercito regolare.
I loro racconti narrano genealogie familiari portatrici
di memorie secolari e paesaggi umani e naturali che
riflettono le tante dimensioni di una terra in cui la
vita quotidiana si compone di tante polarità:
violenza e pacifismo, magia e politica, pace e guerra.
I loro percorsi sono stati quelli di donne “forti”,
che hanno fondato la loro identità sulla rebeldía
ai tradizionali modelli femminili.
Lo
studio comprende cinque parti. La prima
ricostruisce le Colombie possibili, fra le quali la
più difficile da costruire è quella pacifica,
fondata sul dialogo e sullo stato di diritto.
La seconda narra le storie di vita delle sindacaliste
incontrate dall’autrice che, nell’analisi
di stili narrativi e linguaggi, rivela il loro profondo
radicamento nella storia politica colombiana.
La terza e la quarta parte sono dedicate invece all’approfondimento
delle identità delle sindacaliste nel difficile
passaggio dalla violenza alla non violenza, nodo centrale
della militanza di tanta parte della sinistra latinoamericana.
La valorizzazione della cultura delle donne ha infatti
loro imposto un ripensamento globale di modi e temi
della politica, impensabili senza un legame concreto
con la propria soggettività. Ne deriva un chiaro
messaggio di cambiamento che non passa solo per alcune
parole d’ordine generale, ma che richiede una
profonda consapevolezza di sé.
Infine, nell’ultima parte, dalla descrizione dei
procedimenti pedagogici attuati ne l’Escuela evidenziano
la necessità di rendere pratica attiva il valore
della democrazia, contenuto e metodo allo stesso tempo,
delle possibili convivenze umane.
Sulla base di fonti orali e scritte e nell’alternanza
di diverse dimensioni di scrittura, dal reportage al
diario, dalla ricostruzione storica alle testimonianze,
dal lavoro ai sentimenti, il libro ripercorre almeno
mezzo secolo di storia colombiana, in cui moltissimi
personaggi, uomini e donne, chiedendosi in quali valori
credere, hanno trasformato la loro ricerca soggettiva
in fonte di diritto individuale e collettivo.
La
vicenda di Port-Royal
Si tratta della vicenda di una badessa
del ‘600, monacata a 8 anni, che ha assunto
un destino non scelto trovandovi la libertà interiore
e il coraggio di opporsi a un potere, civile e religioso,
sempre uguale a se stesso in qualunque epoca e in qualunque
latitudine, che in nome dell’obbedienza cerca
di imporre alle monache pesanti compromessi con la propria
coscienza.
Per questo, nel ricchissimo universo monastico del ‘600
francese (carmelitane, visitandine, orsoline, possedute
di Loudun e missionarie nel Nuovo Mondo), la vicenda
di Port-Royal assunse una valenza unica.
Riformata nel 1609 con il ripristino della clausura
da parte della diciottenne badessa Angélique
Arnauld, l’abbazia verrà coinvolta,
e si lascerà coinvolgere, dalle vicende connesse
al giansenismo. L’affaire esplose con l’individuazione,
da parte della Chiesa, di ‘cinque proposizioni’
considerate eretiche nell’Augustinus di Jansen.
A nulla valsero la distinzione tra ‘diritto’
e ‘fatto’ indicata da Antoine Arnauld, nè
l’appassionata difesa delle religiose contenuta
nelle Provinciali di Pascal.
La Chiesa rispose con l’imposizione di un formulario
di condanna. Il rifiuto di Port-Royal di piegarsi a
firmare, trasformò una questione di osservanza
ecclesiastica in un problema di coscienza, assumendo
la fisionomia di perenne monito all’assunzione
di responsabilità individuale anche, o soprattutto,
di fronte a una Chiesa che mette al primo posto la disciplina
gerarchica e usa il singolare bisogno del divino come
strumento di controllo collettivo.
La storia di Port-Royal pone interrogativi sui confini
dell’obbedienza: è giusto obbedire a chi,
in nome di Dio, afferma e chiede ciò che la coscienza
sente in contrasto con la legge di Dio?
Lo scontro si concluse con la distruzione dell’abbazia,
diventata ormai simbolo del dissenso, nel clima gesuitico
negli ultimi anni di regno di Luigi XIV.
Le rovine di Port-Royal diedero avvio al mito di Port-Royal
oltre il quale le protagoniste di quella resistenza
e il luogo in cui si svolse, si propongono all’attenzione
del nostro presente attraverso le immagini che di loro
ci hanno lasciato i dipinti di Philippe de Champaigne
e i versi di Racine.
Nelle saintes demeures du silence abitavano delle sante
che non avranno mai aureola perchè ambivano ad
essere nella Chiesa da persone responsabili, senza i
vantaggi e le illusioni del primato dell’obbedienza.
Le monache di Port-Royal erano creature drammatiche
ma infondevano coraggio.
La parola chiave per comprendere la vicenda di cui furono
protagoniste è “resistenza”: a chi
voleva far loro compiere un gesto in compagnia del quale
non avrebbero potuto vivere.
Strega.
Ombra di libertà
Dall'efferato omicidio di una povera, anziana
donna perché ritenuta in paese una strega,
avvenuto molto vicino a noi nel tempo, nella Valsesia
del 1828, prende vita un'analisi storico-filosofica
che individua nello specifico femminile il sorgere
della "strega" come estrema resistenza
di un mondo arcaico e rurale alle logiche della modernizzazione
sostenute dalla teologia della chiesa di Roma.
Contrariamente all'enorme bibliografia esistente sul
tema delle streghe, in questo lavoro si cerca di svelare
il "mistero" della strega dall'interno, analizzando
le potenzialità dell'animo femminile a fronte
della tragedia costituita dalla sconfitta delle eresie
popolari soffocate nel sangue e nei roghi.
La sconfitta, in ambito ecclesiale, dei cristianesimi
più miti, a basso impatto ecologico, dei cristianesimi
disponibili alla contaminazione armonica con le antiche
culture agrarie, definisce appunto la "terra della
sconfitta", i vasti territori specialmente montani
ove nulla rimane alle donne contigue alle eresie se
non il "ritorno più in là",
verso i profondi archetipi della cultura rustica arcaica.
Attraverso
questa analisi si definisce l'inconciliabile alterità
tra il modello "esogeno" di strega, quello
costruito dalla cultura inquisitoriale, adatto a colpire
ma non a capire, e il modello "endogeno" della
strega, ovvero l'accoglienza e la riproposizione di
questa antica dimensione culturale e spirituale tipicamente
femminile, la sua rinascita tra le donne della montagna
e delle campagne, che fonda una resistenza silenziosa
ove maturano i simboli antagonistici.
Così la "strega endogena" è
definibile come il primo momento di una sequenza che
vedrà strutturarsi altre forme di resistenza:
banditismo, ribellismo, eresia "dotta", profetismo,
utopismo. Si recupera in tal modo la valenza culturale
della strega, ingiustamente relegata nell'ombra dalla
cultura "alta", anche progressista.
Il
libro si divide in tre parti, simbolicamente
coerenti con i processi analizzati: tramonto (la sconfitta
delle eresie e il progressivo stravolgimento dell'antico
sistema rurale), notte (l'origine di quello sdoppiamento
dell'io femminile che dà vita, anche in termini
psichedelici, all'altro io costituito dalla strega e
tutto il suo "mondo" alternativo, ricco di
suggestioni imprendibili dalla cultura razionalista
e dal codice culturale inquisitoriale), alba (la definizione
della "parte costruttiva" rappresentata dalla
"strega endogena" in rapporto alle altre forme
più strutturate di "ribellione al futuro").
Il libro, in sostanza, elabora un modello interpretativo
coerente e logico per quel grande mistero della storia
europea che è la strega, ciò che è
mancato sostanzialmente nella pur ricchissima bibliografia
sull'argomento.
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